La Sartiglia di Oristano

La Sartiglia di Oristano

Un carnevale di origine medievale

Se vi trovate a Fordongianus nel periodo di Carnevale non potete perdervi la Sartiglia di Oristano , una fra le più coreografiche e particolari forme di Carnevale della Sardegna. Si tratta di una giostra equestre, una corsa  all'anello di origine medievale,  che si corre tutti gli anni l’ultima domenica e il martedì di Carnevale. Il rituale della giostra si svolge durante tutta giornata e raggiunge il suo culmine nel pomeriggio, con la corsa vera e propria.


Le origine della Sartiglia sono remote. I documenti più antichi che la riguardano sono custoditi nell’archivio storico della città di Oristano e risalgono al 1547; in essi si racconta di una Sortilla in onore di Carlo V.  Inizialmente la giostra veniva organizzata dalle autorità municipali;  successivamente è stata affidata ai Gremi, le associazioni di mestiere, operanti nella città a partire dal XVI sec. e che ne hanno tramandato il cerimoniale fino a oggi.



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La Sartiglia impegna gli organizzatori per buona parte dell’anno, ma le celebrazioni ufficiali iniziano in occasione della festa religiosa della Candelora. Ogni anno, la mattina del 2 febbraio, i rappresentanti dei Gremi partecipano alla messa, che si celebra a San Giovanni dei Fiori per i contadini, e alla Cattedrale per i falegnami. Durante la celebrazione vengono benedetti i ceri, di cui uno, il più grande, decorato con fiori e nastri, è destianto a su Componidori, il Signore della Festa. Al termine della cerimonia religiosa il presidente del Gremio, insieme alla altre massime cariche dell’associazione, si reca a casa del Componidori prescelto a cui consegna il cero benedetto, comunicando ufficialmente a tutta la città il nome di colui che sarà il Capo della Corsa e avrà, quindi, l’onore di guidare la manifestazione.

Il primo atto del giorno della Sartiglia è la lettura del Bando, che, come per tutte le manifestazioni del passato, viene annunciato nelle piazze principali della città da un Araldo. La domenica quinquagesima e il martedì successivo, partendo da piazza Eleonora davanti al Palazzo di Città, il banditore, accompagnato da Alfieri che recano le insegne cittadine, tamburini e trombettieri, percorre le strade del centro storico, soffermandosi negli incroci più importanti; annuncia la corsa imminente e invita tutti a recarsi presso sa seu de Santa Maria. L’araldo rende note le volontà dell’autorità cittadina, l’orario d’inizio della gara, i premi riservati ai cavalieri vincitori, che secondo gli antichi costumi dovranno cimentarsi nelle prove di abilità con spada e lancia e, infine, comunica la disposizione, affinché tutti i cavalieri partecipanti siano sottoposti al comando di Su Mastru Componidori già  nominato il 2 febbraio precedente.

A questo punto l’antico rituale prevede la vestizione di Su Componidori.  Il cavaliere prescelto, scortato da trombettieri e tamburini, si presenta nella sede designata dal Gremio e, accompagnato dal suono delle Launeddas, sale su sa Mesitta, un tavolo che funge da vero e proprio altare. Da questo momento in poi il Capo Corsa non deve più toccare terra, in modo da conservare la purezza necessaria per gareggiare e vincere.

A vestire il cavaliere ci pensano sas Massajeddas, giovani donne in abito tradizionale, guidate da Sa Massaja Manna.

Il rito raggiunge il suo culmine quando al cavaliere viene cucita sul viso la maschera, che lo rende un semidio.

Il capo corsa a questo punto sale sul cavallo, gli viene consegnata sa pipia de maju, lo scettro di mammole, e, completamente sdraiato sul cavallo, esegue sa remada per passare sotto la porta e uscire all'esterno, dove lo attendono gli altri cavalieri insieme a  una folla plaudente.

Si forma a questo punto un corteo, che, guidato dal capo corsa, si trasferisce in via  Mazzini, dove inizia l’esibizione vera e propria, in cui saranno impegnate tutte le pariglie del corteo. Al termine della gara è di nuovo su Componidori a chiudere ufficialmente le corse con una galoppata, insieme ai suoi compagni di pariglia, riverso sul cavallo, mentre benedice la folla con lo scettro di mammole. Il rito si chiude con la svestizione,: accostato il cavallo a sa mesitta, su componidori, sempre senza toccare terra, smonta e dalle massajeddas viene svestito. Il volto dell’uomo riappare ai presenti che lo salutano e ne celebrano le imprese da cavaliere.